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martedì 07 settembre 2010 04:14 Collabora
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Il tritolo di Via D'Amelio nasconde la “verità”

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Chissà le risate dei nuovi giovani boss e dei loro soldati quando hanno visto le foto su tutte le prime pagine dei giornali ritrarre le statue di Falcone e Borsellino, opera dello scultore Tommaso Domina e poste appena 24 ore prima in via Libertà a Palermo, divelte rovinosamente in uno dei peggiori scempi dell’immagine siciliana che la memoria ricordi. E chissà cosa dovrebbero pensare i palermitani di se stessi, visto che l’attentato è stato eseguito in pieno giorno e nessun testimone si è presentato in questura, nessuno ha nemmeno usato il cellulare per chiamare polizia o carabinieri.

Nulla di nuovo sotto il cocente sole dell’isola, potrebbe dirsi. Ed è forse proprio così, nonostante la tre giorni organizzata dai giovani dell’Agenda rossa (il movimento di cui è animatore il fratello del giudice trucidato a Via D’Amelio il 19 luglio 1992) e l’arrivo del Presidente della Camera Gianfranco Fini domani per le celebrazioni.

Un giudice che doveva morire. La realtà che ogni giorno che passa trova ulteriori conferme è di quelle “Indicibili”, di quelle che non si possono dire,  che devono rimanere soltanto, tutt’al più, “ipotesi investigative”, sussurri, come quasi sempre avviene a  Palermo. E che invece i magistrati di Caltanissetta e Palermo stanno cercando di precisare e scoperchiare. Oggi, infatti, sono quasi sicuri che a mettere la bomba a Via D’Amelio, quel maledetto pomeriggio di diciotto anni fa, non sia stata la mafia, Cosa nostra, o meglio che quell’uccisione sia stata organizzata dai mafiosi ma con l’attenta regia di pezzi dello Stato.

La “verità giudiziaria” di Via D’Amelio è stata oramai smontata dalle rivelazioni di Gaspare Spatuzza, che si è autoaccusato di aver materialmente imbottito la Fiat 126 alla presenza di un ancora oscuro personaggio dei servizi segreti, il famoso “signor Franco”, anello di congiunzione fra Vito Ciancimino e gli emissari di uno Stato che voleva venire a patti con Cosa nostra. Per quel reato, insomma, sono in carcere delle persone che non lo hanno commesso, primo fra tutti Vincenzo Scarantino. Sulle dichiarazioni di questo falso pentito i giudici di Caltanissetta hanno costruito l’intera vicenda, condannando all’ergastolo persone che probabilmente sono innocenti. Ma ora, l’altra verità che sta emergendo è che i giudici della prima inchiesta avrebbero potuto scoprire ben prima l’irrealtà delle dichiarazioni di Scarantino.
Un pentito di latta. L’anno è il 1995 e il luogo è una caserma dei Ros a Roma. Si organizza un confronto fra alcuni pentiti storici di Cosa nostra e Vincenzo Scarantino. In particolare, è Salvatore Cancemi (il primo membro della Cupola a  pentirsi) a sbugiardare Scarantino. “Guarda, guardami, ti posso dare del tu?” dice Cancemi al falso pentito, e poi: “Perché io non ti conosco, non ti ho mai visto”. Scarantino farfuglia qualche frase imbarazzata, confermando il fatto di conoscere bene il suo interlocutore. Il confronto va avanti in questo modo, con Cancemi che apporta argomentazioni convincenti al fatto che Scarantino, in realtà, non sia un affiliato a Cosa nostra e che nessuno lo conosce o lo abbia mai conosciuto. “Spiega che significa uomo d’onore!  Chi è che t’ha detto questa lezione?”. Scarantino appare ancora più in difficoltà e dice di essere un uomo d’onore “coperto”. Cancemi: “Sto perdendo la pazienza Ma a questo come gli date ascolto?”. E poi rivolto agli inquirenti: “Attenzione, state attenti, è falso, non credere nemmeno ad una virgola di quello che vi sta dicendo, perché non so chi è, non lo conosco, io sono convinto, convintissimo che questo qua, queste parole gliele hanno messe in bocca”.

I giudici gli credono. E’ con questo genere di “prove” che i pm di Caltanissetta istruiscono un processo le cui condanne oggi sembrano crollare sotto i colpi di maglio di ipotesi investigative del tutto diverse. Già, perché la “verità indicibile” consisterebbe nel fatto che la strage di Via D’Amelio non sarebbe stata “pensata” da Cosa nostra. Secondo le confessioni di Massimo Ciancimino, già subito dopo la strage di Capaci (23 maggio 1992) era partita una trattativa fra Stato e Cosa nostra finalizzata a trovare un nuovo accordo politico, che consentisse ai boss la continuazione dei loro affari. Ma Paolo Borsellino, che nei due mesi successivi alla morte dell’amico fraterno si era impegnato allo spasimo per scoprire i responsabili della morte di Falcone, avvertito della trattativa, si era opposto con tutte le sue forze, forse palesando un’avversione che avrebbe potuto sfociare in una denuncia pubblica, come sovente gli era capitato (così aveva fatto dopo il pensionamento di Antonino Caponnetto e lo smembramento del pool antimafia a metà anni Ottanta). Un pericolo mortale per chi era abituato a considerare gli uomini di Cosa nostra non come nemici ma come controparte per affari di natura economica e politica. Questa, secondo le ipotesi formulate anche dal fratello del giudice, Salvatore e dai ragazzi del movimento dell’Agenda rossa, sarebbe stata la vera causa dell’eliminazione del giudice. Secondo Salvatore Borsellino, addirittura il telecomando dell’esplosione sarebbe stato attivato dal Castello di Utveggio, dal quale si controlla benissimo la via D’Amelio e che, all’epoca, era una residenza protetta dei servizi.

Una clamorosa lettera di Vito Ciancimino. “Il fatto quotidiano” oggi pubblica la notizia che esisterebbe una lettera segreta di Vito Ciancimino, il cui contenuto era fino ad ora sconosciuto, nella quale l’ex sindaco di Palermo si rivolgeva ad un importante esponente del mondo economico, in procinto di diventare premier, proclamando che “il regime sta tentando il suo capolavoro finale”, intendendo per “regime” l’alleanza di interessi fra pezzi dello Stato, cioè servizi segreti e politica. Ciancimino sintetizza così il contenuto della trattativa in corso fra Cosa nostra e apparati deviati dello Stato: “Dopo un primo scellerato tentativo di soluzione avanzata dal colonnello Mori per bloccare le stragi, tentativo di fatto interrotto dall’omicidio Borsellino, sicuramente oppositore fermo di questo accordo, si è decisi, finalmente costretti da fatti, ad accettare l’unica soluzione possibile per poter cercare di rallentare questa ondata di sangue che al momento rappresenta solo una parte di questo piano eversivo”. Se quanto pubblicato oggi dal quotidiano diretto da Antonio Padellaro fosse vero, un altro tassello si aggiungerebbe alla tesi  che Borsellino sia stato ucciso non soltanto dalla mafia, anche perché il contenuto della lettera fra esplicito riferimento al fatto che la trattativa si aprì subito dopo la strage di Capaci e non dopo quella di Via D’Amelio, come asserisce lo stesso colonnello Mori in un suo memoriale, nel quale ammette i contatti con Ciancimino, ma li collega semplicemente alla volontà di catturare i boss di Cosa nostra.

Le molte certezze. Come asseriscono Francesco Viviano e Alessandra Ziniti, in un libro che ricostruisce tutta la vicenda (“I misteri dell’agenda rossa”, Aliberti), il fatto che qualcuno abbia imbeccato il falso pentito Vincenzo Scarantino non pare oramai più cosa dubbia. Esisterebbero anche degli appunti cifrati che gli inquirenti stanno esaminando con le linee guida delle dichiarazioni di Scarantino, che probabilmente furono la traccia precostituita delle sue affermazioni. Ora bisogna scoprire il perché. Perché qualcuno indirizzò i pm su una falsa pista, fino ad ottenere la condanna di persone che non avevano partecipato alla strage di Via D’Amelio? Si volevano proteggere e nascondere i veri mandanti di quel misfatto?
L’ennesimo mistero siciliano potrebbe avere i giorni contati. O almeno così sperano gli italiani onesti.

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