di Federica Cortegiani
Palermo - “Oggi il tema non è i pezzi che mancano, ma è la solitudine di chi ha cercato questi pezzi. Il libro è un pretesto per raccontare il fallimento del poliziotto o del cronista che ogni giorno è chiamato a raccontare la città ma che non ci riesce, del giornalista che non si è accorto dell’isolamento che si andava costruendo intorno, giorno dopo giorno”. Salvo Palazzolo racchiude in poche battute il reale senso del suo lavoro. Il giornalista di Repubblica, autore del libro “I pezzi mancanti, viaggio nei misteri della mafia” (Laterza editore), è stato ospite della libreria Modusvivendi di Palermo per presentare la sua recente pubblicazione.
Insieme all’autore, sono intervenuti il Vice questore di Palermo Gioacchino Genchi, l’avvocato Michele Calantropo e il giornalista Rino Cascio.
“Non ci siamo resi conto che attività dopo attività, udienza dopo udienza, si costruiva attorno un qualche cosa: da un lato il silenzio di Palermo che, anche questa volta come negli anni ’80, ha dato la delega di cambiare le cose a magistrati e poliziotti che, con coraggio, svolgevano il proprio lavoro; dall’altro, l’informazione che non si è accorta della solitudine che stava per scattare attorno a chi cercava di andare avanti. Il libro è un pretesto perché questa città non è capace di ritrovare la speranza – continua Palazzolo – ed è anche uno spunto per iniziare una riflessione attorno a persone che con coraggio non si rassegnano”.
La presentazione del libro-inchiesta è stata un modo per riunire la gente, per sensibilizzare una volta di più quel movimento antimafia che prima scendeva in piazza con più frequenza, e che oggi appare meno visibile.
Ad aprire il confronto è toccato al giornalista Rino Cascio, che ha concentrato il suo intervento sulla capacità di Palazzolo di affrontare da un nuovo punto di vista fatti e questioni già conosciuti. È “lo sguardo in più” ciò che si nota leggendo il suo libro – ha affermato Cascio - e in questo modo “esce fuori un giornalista che è anche un ricercatore che legge riviste, giornali e archivi non soltanto di atti giudiziari. L’autore è stato molto scrupoloso ed è riuscito a trovare cose che inquirenti e investigatori avevano dimenticato o volutamente trascurato; egli ci racconta che la mafia è stata importante soprattutto perché c’è stato qualcuno che ha camminato sempre al suo fianco e ha fatto sì che determinati buchi non si vedessero”.
Secondo l’avvocato Calantropo il libro “riporta alla luce tutto quello che è stato cancellato e offuscato da una componente sociale della città, quella che si è rassegnata, e restituire alle persone uccise dalla mafia, che fino ad oggi spesso sono state solo celebrate e non ricordate, quella dignità di lotta per la vita quotidiana e civile”.
“Questo libro non ci sarebbe stato senza Genchi e senza chi, con coraggio, ha cercato di scavare – ha aggiunto Palazzolo. E proprio Genchi si è ritagliato un ampio spazio dell’incontro, con racconti e aneddoti sul suo lavoro e sul momento particolare che sta vivendo. Secondo il vice-questore di Palermo il libro contiene notevole capacità di critica e fa da stimolo per il linguaggio semplice utilizzato, accessibile anche a chi non conosce gli antefatti dei casi raccontati. “Il lavoro più importante non lo possono fare né i poliziotti né i magistrati, ma è compito della cultura e dell’informazione. Solo così riusciremo a sconfiggere la mafia. Ed è in questo senso che il libro di Salvo Palazzolo sembra quasi un testo scolastico, un messaggio didattico per la semplicità e lo stile con cui egli riesce a raccontare anche i passaggi più difficili”.








