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14 Aprile 2010 ore 06:15

di Angela M. Impastato
Non è il paese del pensiero libero, l’Italia. Lo sa bene Ozpetek, che ha scelto di dedicare proprio alle “mine vaganti”, potenziali detonatori di libertà (ma l’intento è solo in parte realizzato, poiché anche queste mine finiscono spesso per “incastrarsi”) la briosa commedia insolitamente ambientata lontano da Roma, nella magnificente e controversa radiosità del barocco leccese e della terra salentina.
Dove il “rischio impatto”, soprattutto per una mina con il volto e le contraddizioni esistenziali di Tommaso Cantone (Riccardo Scamarcio in stato di grazia, lo si deve ammettere), è, a quanto pare, elevatissimo. Tanto più nell’universo variegato e condizionante di una agiata e borghese famiglia di provincia, caratterizzata per l’occasione da un cast corale di attori di straordinaria efficacia (Ozpetek riesce sempre a trarre il meglio dai suoi interpreti). Ecco quindi il papà conservatore (Ennio Fantastichini), la mamma apprensiva (Lunetta Savino), la zia-zitella costretta all’abito del bigottismo (una imbruttita e divertentissima Elena Sofia Ricci), la sorella remissiva, il cognato bamboccione. A rischiarare le coscienze di tutti, il faro di buonsenso e libertà eretto dalla nonna paterna (l’elegante e superba Ilaria Occhini) sulle rovine di un amore impossibile.
Protagonista della storia è Tommaso, il figlio di industriali leccesi della pasta che fa ritorno al paese natìo da Roma - dove i genitori lo avevano mandato per studiare Economia - con una laurea in tasca sì, ma in Lettere, e nessuna voglia di entrare nella fabbrica di famiglia perché motivato a diventare scrittore. Con l’aggravante del volere rivelare tutto questo e persino il desiderio di vivere allo scoperto quella omosessualità che proprio il periodo romano ha cristallizzato in una definitiva, seppur sofferta, presa di coscienza. A tal punto cristallizzata (e sofferta), da costringerlo, in una fase più avanzata della narrazione filmica, a rifiutare la imprevista e destabilizzante fascinazione eterosessuale per la dolce e intrigante conterranea, nonché socia in affari, Alba (l’eccellente Nicole Grimaudo).
Tommaso se la ritrova al proprio fianco in azienda, dove è entrato per confortare i genitori in seguito all’improvviso e spiazzante coming out del fratello maggiore Antonio (Alessandro Preziosi), che lo brucia sul tempo, causando il proprio allontanamento da casa e dall’azienda, e l’immancabile infarto al papà.
Alba diventa complice e compagna di un periodo di spensierata “devianza nella normalità” per il giovane Cantone. Ma non tarderà a rimetterlo sulla “corretta” via il compagno, giunto in tutta fretta a Lecce, da Roma (dove si sentiva trascurato), con il sostegno di una allegra comitiva di amici omosessuali. Così allegra da suggerire, ai Cantone e agli stessi spettatori, che se lo “sdoganamento” dei gay non è ancora avvenuto, forse è anche per certe rappresentazioni cariche di stereotipi e cliché.
Sarà un tragico coup de théâtre della nonna a ricucire le fila dell’ormai sbrindellato gruppo familiare, e sarà un ozpetekiano finale surreale, che in verità sa un po’ di déjà vu, a ricomporre le tessere di antiche promesse d’amore, niente affatto sopite nella notte dei tempi.
E si direbbe proprio che le parentesi di superficialità e certi inserti surreali siano il prezzo da pagare al complesso di una leggerezza narrativa che ha nello strepitoso e autocompiaciuto balletto di Scamarcio davanti allo specchio, sulle note di 50mila di Nina Zilli, la sua innegabile e imperdibile apoteosi.
Mine vaganti, candidato a 12 David di Donatello
Scheda tecnica
Regia: Ferzan Ozpetek
Sceneggiatura: Ferzan Ozpetek, Ivan Cotroneo
Fotografia: Maurizio Calvesi
Montaggio: Patrizio Marone
Musica: Pasquale Catalano
Interpreti: Alessandro Preziosi, Elena Sofia Ricci, Ennio Fantastichini, Nicole Grimaudo, Riccardo Scamarcio
Produzione: Fandango
Distribuzione: 01 Distribution
Origine: Italia
Anno: 2010
Durata 110 minuti
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