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24 Giugno 2010 ore 17:28
di Angela M. Impastato
Si apre e si chiude sulle ali spiegate della potente “Anima fragile” di Vasco Rossi “La nostra vita”. Con il passaggio centrale, a bassa quota, lungo la rotta di una delle tante periferie di Roma e, forse, del mondo. Dove, in mezzo, scorre l’immenso fiume della vita. Non l’oleografico Blackfoot River di redfordiana memoria, ma il tortuoso e irrefrenabile, a volte irreparabile, corso delle cose, qui soffocato tra centri commerciali e post-consumismo, lavoro nero e morti bianche, clandestini e faccendieri, pusher dal cuore d’oro e prostitute improvvisate baby-sitter. Sullo sfondo dell’unico colore (mentale) in dotazione alla tavolozza del regista: il colore della bontà (o del buonismo - più che del “mancato giudizio”). Perché non c’è momento del film in cui il male o il brutto o il cattivo siano ritratti come tali.
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E’ in questo sregolato e contraddittorio scenario suburbano (nei pressi di Tivoli) che si muove Claudio (Elio Germano), giovane operaio edile innamorato della dolcissima moglie Elena (Isabella Ragonese) e dei due figli (un terzo è in arrivo), diviso tra casa e cantiere con l’unico divertissement del rito dello shopping al centro commerciale e il sogno borghese di una vacanza in Sardegna.
Lavora nell’incertezza del precariato, e rigorosamente in nero, Claudio, come tutti. Ma porta nella coscienza con malcelata disinvoltura le pieghe di piccoli e a volte grandi compromessi morali. Uno su tutti: il fingere di non aver visto l’operaio rumeno sepolto tra i laterizi del cantiere, per paura che la magistratura blocchi i lavori. E’ però, in fondo, un buono, Claudio, cui le turbolenze della vita sottraggono irrimediabilmente, insieme all’amore dell’amata compagna, gli ultimi bagliori di autenticità. Per di più nel momento in cui il piccolo Vasco si affaccia alla vita: Elena muore infatti per complicazioni post-parto. Ma, così come canta l’altro Vasco, incontestata icona postmoderna della giovane coppia, “la vita continua anche senza di noi”. E Claudio l’ha gridata a squarciagola questa frase, durante il funerale della moglie, quasi a fissarla prepotentemente nella mente e nello spirito, in uno dei passaggi più forti e forse iper-enfatizzati del film.
Andare avanti, dunque, e nel migliore dei modi possibili. Anche se, alla luce dei fragili valori di borgata (tutt’altro che pasoliniana) “il migliore dei modi possibili” equivale a risarcire il “vuoto” affettivo, in primis dei figli, con il “pieno” materiale di uno sfrenato consumismo. Fare soldi, tanti soldi, e spenderli, dunque. Poco importa se per raggiungere la meta è necessario barattare il sub-appalto di una palazzina con il silenzio sulla morte bianca che ha risucchiato nel nulla il povero rumeno. Prendersi cura del figlio di quest’ultimo, e della madre, metterà in qualche modo al riparo dai sensi di colpa. Poco importa, inoltre, se per avviare il sub-appalto occorrono cinquantamila euro e se, ancora, per trovarli bisogna chiedere un prestito al coinquilino spacciatore (un quasi irriconoscibile e sempre bravo Luca Zingaretti).
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Perché, alla fine, quand’anche tutto dovesse andare male (e va male) c’è sempre un familiare pronto a darti una mano. Anche se, come la sorella di Claudio (Stefania Montorsi), parla sempre per partito preso oppure, come il fratello (il sorprendente Raoul Bova), è grande e grosso ma ha la (im)maturità, e la tenerezza, di un quattordicenne.
Perché, comunque, il sorriso e la carezza di un familiare riscaldano il cuore come forse solo l’arcobaleno riesce a fare, dopo la tempesta.
Bravo, molto bravo Elio Germano, che con questa performance, seppure a tratti acerba e sopra le righe, ha fatto incetta di premi (migliore attore a Cannes). Lodevole il tentativo di Luchetti (già apprezzato con “Mio fratello è figlio unico”) di rappresentare una pagina, nera, della storia italiana. Stile asciutto, ultra realistico, sapiente utilizzo della macchina a mano, eccellente fotografia, ottimo montaggio, col valore aggiunto del suono in presa diretta. Quello che però sembra mancare a “La nostra vita”, è proprio la storia. Al di là del didascalismo della “rappresentazione” storica. Manca il racconto di quell’“anima fragile”, che è forse in Claudio, come in Elena, come in ciascuno di noi.
<<E ora tu (anima fragile), chissà dove sei, avrai trovato amore, o come me cerchi soltanto le avventure, perché non vuoi più piangere…>> (Vasco Rossi)
Scheda tecnica
Regia: Daniele Luchetti
Sceneggiatura: Daniele Luchetti, Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Fotografia: Claudio Collepiccolo
Montaggio: Mirco Garrone, Musica: Franco Piersanti,
Scenografia: Giancarlo Basili
Interpreti: Elio Germano, Isabella Ragonese, Luca Zingaretti, Raoul Bova, Stefania Montorsi
Produzione: Babe Films, Cattleya, Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution
Origine: Italia
Anno: 2009
Durata: 100 minuti
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